L’ex c.t. della Nazionale di pallavolo ospite della Fondazione Accademia dei Giorni Straordinari per parlare di educazione, desiderio e responsabilità, partendo dallo sport.
Cultura sportiva, ma soprattutto educazione. Lo scorso 17 settembre Mauro Berruto, ex c.t. della Nazionale italiana di pallavolo, ha incontrato gli istruttori di Giocampus e i volontari della Fondazione Accademia dei Giorni Straordinari. È stata una speciale giornata di formazione a loro dedicata, dal titolo “Allenare, allenarsi e guardare altrove”. Con lui c’erano Elio Volta, coordinatore della Fondazione Accademia dei Giorni Straordinari, e Paolo Barilla.
In apertura Elio Volta ha sottolineato il ruolo di una comunità capace di accendere passioni e di creare opportunità di crescita per i più giovani. Ha ricordato i numeri di Giocampus: 5.300 presenze durante l’estate e una nuova attività che coinvolgerà 15.000 ragazzi. Berruto ha accolto questi numeri riconoscendo in questo territorio una realtà virtuosa.
Il cuore dell’incontro è arrivato con una domanda di Paolo Barilla sul tema della volontà. “La volontà è ciò che è più difficile da allenare”, ha risposto Berruto. Le competenze si possono affinare, ma è la volontà a fare la differenza. E può essere sviluppata a qualsiasi età e indipendentemente dal talento, partendo dal desiderio e dalla capacità di raggiungere piccoli obiettivi concreti.
Da qui la sintesi del suo pensiero: “Allenare altro non è che desiderare”. Che si tratti di atleti o di persone comuni, chi allena deve rendere la propria visione così desiderabile da far nascere negli altri la voglia di farne parte. Berruto ha richiamato l’immagine di Antoine de Saint-Exupéry: per costruire una barca non bastano compiti e ordini, bisogna insegnare la nostalgia del mare. Ne nasce la distinzione tra istruire, cioè riempire un contenitore, ed educare, che etimologicamente significa tirare fuori. È un lavoro che chiede di mettersi in gioco anche contro sé stessi, perché «un educatore raggiunge il suo obiettivo quando non serve più».
Infine, il “guardare altrove” del titolo, raccontato attraverso la sua storia personale. Senza il talento e la fisicità per giocare a pallavolo, Berruto ha costruito il suo percorso a partire da una laurea in filosofia, per poi passare dal volley al tiro con l’arco. Sono due discipline lontanissime: una è di relazione assoluta, nell’altra l’atleta è solo davanti al bersaglio. Condividono però l’essenziale: innamorarsi di un gesto da ripetere fino alla perfezione, assumersi fino in fondo le proprie responsabilità, eliminare gli alibi e scoprire chi si è davvero quando le cose si fanno difficili.